Once Upon a Time in Hollywood | Recensione.

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Once Upon a Time in Hollywood (2019), dir. Quentin Tarantino

Mi sono presa un giorno per scrivere questa recensione per il semplice fatto che ieri sera, uscita dalla sala, ero in stato confusionale. Detto questo, sarà un post abbastanza lungo perciò se volete arrivare alla fine, lo apprezzo, se no pace all’anima.

Premetto che mai nella vita mi sarei immaginata di criticare Tarantino e infatti lo faccio davvero controvoglia, però stavolta mi sembra d’obbligo. Ho aspettato questo film con un hype estremo, anche la promozione è stata bella carica e inoltre c’erano tutti i presupposti per pensare al capolavoro. E invece no. Inizierò col parlare dei lati negativi per poi arrivare a quello che più ho amato. Prima di tutto: La trama. Sconclusionata, senza un vero e proprio fulcro, forzata e vaneggiante, che non riesce ad imprimere più di tanto. Qual è fondamentalmente la trama? Gli anni 70 ad Hollywood. Non è abbastanza solida, tratta i vari argomenti con superficialità per passare da un capo all’altro della storia, in cui spesso sono inserite scene estremamente lunghe, inutili e parecchio noiose (come quelle di Rick Dalton nei film in cui recita). Ma non è solo questo, il problema maggiore sono i personaggi al di fuori di Rick e Cliff. Sharon Tate viene dipinta in maniera bambinesca, le vengono assegnate si e no 10 battute e non fa altro che stare seduta al cinema per buona parte del film. I suoi amici + Roman equivalgono a comparse senza alcuna importanza. La Manson Family appare solo dopo il secondo tempo e anche Charlie Manson viene trattato al pari di una comparsa, appare solamente in una scena prima degli omicidi e non lo menzionano più dopo il massacro a Cielo Drive (tipo quindi è a piede libero con i suoi seguaci ancora intatti?? ah). Se uno spettatore ignorante degli omicidi del 1969 vedesse questo film,  capirebbe mEni di niente. Ma non è solo questo il problema. Creare la storia di Rick Dalton attorno alla Manson Family mi da tanto di “devo per forza ficcarci i spaghetti western e Manson, come posso fare? metto tutto in un unico set di Hollywood, creo delle coincidenze e poi si vedrà”. Si vede lontano un miglio che non è un progetto chiaro, si vede che è un ex progetto su Manson tramutato in altro. Non c’è alcuna chiarezza espositiva, nessun ordine preciso dei fatti. Il primo tempo è fondamentalmente da buttare (tranne qualche scena sparsa qua e là), il secondo tempo invece si riprende bene ma anche qui manca il fattore sorpresa, il mordente, l’eccitazione dell’azione vera e propria. Ho qualche dubbio anche sul finale. Quentin ha scelto l’happy ending nell’unica storia in cui non doveva esserci. Lì per lì l’ho gradito tantissimo, mi sono commossa nel sentire la voce di Sharon e Jay al cancello di casa, ma ripensandoci bene, in questo modo non ha permesso a nessuno di compiangere le vittime, conoscere la loro fine ne tantomeno di sensibilizzarle, come se avesse voluto chiudere un occhio sull’intera faccenda e dire “lo faccio a modo mio perché così è più figo”. Inoltre mi ha quasi dato fastidio vedere il pubblico ridere in una scena che di comico, originariamente, aveva poco; una scena che è comunemente conosciuta come un tragico e agghiacciante avvenimento. Anche sulla somiglianza tra attori e personaggi ci sono grossi problemi. L’intera Manson Family era rappresentata totalmente a caso (peraltro ha commesso l’errore di parlare di tv a Spanh Ranch quando in realtà la tv era da sempre abolita da Charlie, ma vabbè). Insomma, un po’ troppi errori da parte di un dio come Quentin (sempre e solo a livello di trama, voglio ribadirlo). C’è da dire però che la pellicola originale durava 4 ore e mezza e con i vari tagli è scesa a 2 ore e 45. Oso dire che il film per intero sarebbe stato tutta un’altra cosa. Avrebbe dovuto dividerlo in due parti perché sono fermamente convinta che il film come lo abbiamo visto noi, ne ha risentito troppo dei tagli. Detto questo, non è tutto uno sfacelo, anzi. Il lavoro dietro al film è tangibile, la presenza di più livelli di narrazione è sconcertante (3, se non di più), i svariati passaggi tra finzione e realtà, la presenza di così tanti personaggi diversi, l’ipnotismo della sceneggiatura e la sfilza di omaggi cinematografi che solo il vero cinefilo riesce a comprendere. È un vero e proprio inno al tipo di cinema amato da Quentin, una pellicola intima e personale che da sfogo alla passione che da sempre lo contraddistingue e che costituisce un canale di comunicazione tra lui e tutti gli appassionati del cinema nella sua forma più pura. Un’opera incredibile se la si vede in questo senso, se si scovano i concetti al di là della trama. A livello tecnico-registico, è un film impeccabile. La scena finale è quella che ho apprezzato di più. Il massacro a Cielo Drive avviene in modo contrario ma non molti sanno che Quentin fa uccidere Tex e le ragazze nello stesso modo in cui loro hanno ucciso Sharon, Voytek, Abigail e Jay. Come se ci fosse una legge del contrappasso ad operare. È poetico vedere una delle ragazze essere trascinata per i capelli così come lei aveva trascinato Sharon nella realtà. Inoltre non manca affatto la satira, che ha trasformato i tre serial killer in tre personalità ebeti e alle prime armi, togliendogli quindi tutto il potere che hanno avuto quella sera del 1969. Tex quella notte disse “Sono il diavolo e sono qui per fare quello che il diavolo mi dice”, mentre qui la frase viene ripetuta da Cliff in “Sono il diavolo e sono qui per fare certi cazzi del diavolo, o una cosa del genere”. È questo il Tarantino che pretendevo per tutto il film!! Inoltre bisogna pur dire che le perfomance hanno aiutato il film in maniera esponenziale, Leonardo in particolare ha sorretto benissimo il peso di un personaggio contorto, bipolare e nevrastenico, confermandosi il miglior attore della sua generazione. Mi fermo qui se no la recensione si trasforma in un trattato. Riassumo col dire che ci sono state molte cose che potevano essere fatte meglio, la promozione del film ha puntato su Sharon e Manson sbagliando completamente, ma in fin dei conti è pur sempre Tarantino che mette in tavola la sua eterna dichiarazione d’amore nei confronti del cinema e io non posso far altro che limitarmi con le critiche il più possibile. Mi tocca dare un 6/10 perché non me la sento di metterlo al pari degli altri film tarantiniani che per me sono oro colato. Se dovessi invece dividere il voto tra regia e trama, darei: regia 10/10, trama/sceneggiatura 5/10. Per farvi capire quanto sono combattuta. È un film tarantiniano nel non essere tarantiniano e questo non può che scindere il suo pubblico tra chi lo apprezza e chi meno.

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