Mary Poppins Retuns | Recensione

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Mary Poppins Retuns (2018), dir. Rob Marshall

Uno di quei film facilmente sottovalutabili ma che celano dietro di se una bellezza poetica tutta da scoprire. Lo spettatore lo giudica prima ancora di guardarlo, probabilmente perché sa che non potrà reggere il confronto con il Mary Poppins del ’64, ma è questo il punto; non serve confronto (se non quello tra Julie Andrews e Emily Blunt, seppur inutile) perché Mary Poppins Returns è un vero e proprio sequel e non un remake. C’è tutto e niente del film di Stevenson, ma ci sono anche molti omaggi nascosti e non, che rendono il tutto molto più nostalgico e sentito; il momento dei lampionai ricorda Singing in the rain con un Gene Kelly spensierato e cullato dai suoi stessi passi di danza, la cameretta dei Banks ci riporta alla mente quella dei Darling in Peter Pan e la scena nell’acqua è indubbiamente una rivocazione di Bedknobs and Broomsticks. Ammetto che solo questo mi ha fatto aggiungere 10 punti in più al film. Ma al di là degli omaggi, Mary Poppins Returns è un inno idillico e visionario alla vita, ma alla vita in tutte le sue sfumature, dalla più tragica alla più gioiosa, con sventure e disgrazie comprese. Insegna come affrontare le difficoltà nel migliore dei modi; ovvero pensando ai ricordi più belli del proprio passato e farsi forza cercando di crearne di altri. Fin dai primi minuti riesci ad entrare profondamente in armonia non solo con i piccoli Banks ma sopratutto con i Banks maturi, quelli che abbiamo visto in giovane età e che ora devono mettere da parte la fantasia e affrontare la vita degli adulti. Anche questo è uno dei punti vincenti del film; il pubblico si può rivedere facilmente in Michael e Jane, la mia generazione ha visto Mary Poppins durante la propria infanzia e ora Mary Poppins Returns capita proprio nel periodo in cui noi dobbiamo iniziare a pensare come degli adulti. Talvolta cerchiamo di abbandonare la nostra fanciullezza ma poi finiamo sempre per tenerla stretta tra le proprie braccia. E così Michael e Jane. (piccola parentesi su Ben Whishaw che si è rivelato uno dei capisaldi dell’intero film con un’emotività pazzesca e lacerante). C’è da dire però che la nuova Mary Poppins prende di parecchio le distanze dall’originale; non che sia una cosa negativa, anzi, tutt’altro (almeno per me). La Mary di Emily è al passo con i tempi, si fida quasi ciecamente dei bimbi a cui fa da balia, talvolta li lascia liberi di agire e pensare a modo loro, in autonomia, cercando sempre però di impartirgli quelle piccole lezioni di vita di cui hanno bisogno. E se posso dirlo, su questo frangente la preferisco alla Mary di Julie, per il semplice fatto che, a mio personalissimo parere, non sono mai riuscita ad apprezzare quel tipo di ruolo esageratamente autoritario. Detto questo, Emily fa la sua parte, è gradevole nelle sue vesti, eccezionale durante le sue performance, ma non mi sento di sbilanciarmi oltre. Non perché la sua performance sia debole o deludente, ma più che altro a casa di una sbagliatissima proporzione tra il suo screentime e quello di Lin Manuel Miranda, troppo prorompente, troppo presente rispetto alla vera protagonista, troppo marcato. Ho notato fin da subito come il ruolo di Lin sia stato gestito in maniera sovraccaricata (se si può dire?), scansando quindi dalla scena Emily Blunt, in più di una occasione. Questo è l’unico neo che sono riuscita a trovare durante questa prima visione. Per il resto, lo ripeto, Mary Poppins Returns è una piacevole, sognante, ed emozionante sorpresa che ti fa uscire dalla sala con il cuore ricolmo di gioia. E il cameo finale di Dick Van Dyke è la piccola perla che serviva al film per donargli quel pizzico in più di beata nostalgia.

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