Glass (2019) | Recensione.

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Glass (2019), dir. M. Night Shyamalan

Spettacolare su ogni fronte.
Introspettivo, estremamente psicologico e profondo. È un’opera che fonde la figura del supereroe con quello dello psicopatico, dando ad entrambe una connotazione umana, totalmente intima e personale. Con Glass si vuole quasi studiare e far apprezzare questo lato debole degli eroi/villain, allontanandoli marcatamente da quei canoni prestabiliti che la Marvel ha messo in giro da decenni. Qui il pubblico finisce addirittura per fare il tifo per Kevin Wendell Crumb e le sue personalità, perché in due ore e dieci di film è riuscito a comprenderlo, umanizzarlo fino a soffrire tragicamente assieme a lui e per lui.
Non vi aspettate scene in CGI con battaglie epocali alla Infinity War, perchè Glass è tutto fuorché quello. È una lotta interiore tra il proprio istinto e la propria natura che cerca sempre di riaffiorare nonostante le debolezze. È persino un’analisi attenta e sentita di tre personalità così diverse tra loro eppure velatamente così uguali. Ed è questo il suo gigantesco punto di forza. Ancora una volta Shyamalan ha fatto il colpo grosso.

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