Escape Room (2019) | Recensione.

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Escape Room (2019), dir. Adam Robitel

Di questi tempi è raro entrare in sala con l’hype alle stelle per un film horror e poi uscirne con lo stesso hype ancora intatto. Con Escape Room è successo finalmente questo. Ero partita estremamente fiduciosa e ne sono uscita pienamente soddisfatta.
È stato come rivedere sullo schermo un mix delle mie guilty pleasure del genere horror; c’è un forte richiamo a Saw, ma in modo meno “carnale” e sanguinolento, un pizzico di Final Destination e quindi il tema della sorte e dei predestinati, un leggerissimo eco di The Cabin in the Eoods e Cube e infine un parallelismo con il terzo capitolo di Hostel, ovvero il tema riguardante l’intrattenimento macabro dei ricchi. Ma la cosa più sorprendente in Escape Room è che nonostante voglia essere una sorta di omaggio a Saw e a compagnia bella, se lo si osserva bene, in realtà in comune con questi ha soltanto la struttura di base, a livello di plot. Robitel ha intenzione di travolgere lo spettatore da infiniti punti interrogativi. In Saw sappiamo chi è il nemico è sappiamo come si può sconfiggere, ma qui? Chi è che tira i fili dietro al tutto? Avrà mai un punto debole? Potrà mai essere battuto al suo stesso gioco? A film concluso, non sappiamo granché. Ed è questo su cui porrà le basi il sequel già previsto per aprile 2020. E ci sta, perché il genere horror ha bisogno di film come questo di tanto in tanto; film che sono ancora in grado di entrare psicologicamente nella mente dello spettatore trasformandolo in un protagonista del gioco. Di conseguenza la realtà diventa un immenso cubo di Rubik, solo che stavolta le conseguenze del gioco sono mortali. Insomma, un chiaro esempio di abbattimento della quarta parete applicato al cinema contemporaneo.
Escape Room è mille volte più che approvato.

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