Bohemian Rhapsody | Recensione

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Bohemian Rhapsody (2018), dir. Bryan Singer.

 

Biopic, omaggio, tributo o come lo si voglia chiamare, Bohemian Rhapsody è un’opera spettacolare su ogni fronte. Ma non perché tratta della più grande band di tutti i tempi, no, così sarebbe stato troppo facile. È spettacolare su ogni fronte perché è una vera e propria orchestra di ottime decisioni; da quella di scegliere Bryan Singer alla regia a quella di realizzare un montaggio che sia in perfetta simbiosi con la colonna sonora, fino alla più che straordinaria decisione di affidare a Rami Malek il ruolo di Freddie, un ruolo che gli è calzato così a pennello, così profondamente interpretato, così sofferto, da meritare una candidatura agli Oscar, se non addirittura la vittoria. Tutto in questa pellicola urla al desiderio spasmodico di realizzare un film degno della storia che sta portando in scena. E io, non solo da fan dei Queen ma anche da cinefila, non potrei essere che orgogliosa di esser capitata nel periodo d’uscita di questa opera, un’opera in grado di scombussolare ogni emozione, ogni brivido e ogni lacrima, in grado di lasciarti svuotata sulla poltrona del cinema non appena partono i titoli di coda ma con la voglia di ricominciare tutto daccapo. Non era un obiettivo facile da raggiungere, eppure ci sono riusciti egregiamente; portare al cinema la storia dei Queen con la stessa intensità di come è stata vissuta in quegli anni. Solo questo conta davvero.

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